La Spagna osa sul mercato del lavoro, dice il Wsj

Sono passati diciotto mesi da quando il governo di Mariano Rajoy ha approvato una radicale riforma del mercato del lavoro, che i funzionari del governo di Madrid e alcuni quotidiani europei dipinsero come un enorme passo avanti per la Spagna nel suo cammino per uscire dalla dannazione economica. Anche se per ora i dati di Madrid sulle conseguenze di tale riforma non sono altrettanto rosei. Un’analisi del ministero del Lavoro spagnolo pubblicata all’inizio di questo mese certifica che la crescita annuale del numero di disoccupati è rallentata a un più 5 per cento nel secondo trimestre del 2013 dal più 18 per cento dello scorso anno. Leggi anche L’occidente impigrito torna a crescere, ma le riforme non finiscono mai - Forte Domare la pigrizia italiana si può, ma con scelte radicali su lavoro e Pa - Lo Prete Ci lasciamo impressionare troppo dalle cattive notize, dice Zingales
23 AGO 20
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Sono passati diciotto mesi da quando il governo di Mariano Rajoy ha approvato una radicale riforma del mercato del lavoro, che i funzionari del governo di Madrid e alcuni quotidiani europei dipinsero come un enorme passo avanti per la Spagna nel suo cammino per uscire dalla dannazione economica. Anche se per ora i dati di Madrid sulle conseguenze di tale riforma non sono altrettanto rosei. Un’analisi del ministero del Lavoro spagnolo pubblicata all’inizio di questo mese certifica che la crescita annuale del numero di disoccupati è rallentata a un più 5 per cento nel secondo trimestre del 2013 dal più 18 per cento dello scorso anno. Il documento sottolinea che, nel 2012, il 27 per cento delle grandi imprese ha utilizzato nuovi strumenti per modificare i salari, gli orari e i contratti di lavoro al fine di evitare licenziamenti, mentre i datori di lavoro si stanno adattando alle nuove regole “gradualmente”. La nota sostiene che “per la prima volta dall’inizio della crisi, un ulteriore deterioramento del pil non si è tradotto in un tasso più elevato di distruzione di posti di lavoro”. Il che non è poco, anche se si tratta di un obiettivo molto meno ambizioso di quello che il ministro del Lavoro, Fátima Báñez, aveva fissato lo scorso febbraio, quando dichiarò che la nuova legge sarebbe servita a fermare la distruzione di posti di lavoro in modo che, da quel momento, “non andranno persi più posti di lavoro di quanti ne siano stati persi fino ad oggi”. Il report menziona anche una stima del ministero dell’Economia secondo la quale, senza la riforma, dal febbraio 2012 avrebbero perso il lavoro 225.800 spagnoli in più. Il che, di nuovo, non è poco, anche se occorrerebbe ricordarsi che più di 600.000 posti di lavoro sono andati persi quell’anno, nonostante l’entrata in vigore della riforma. (…)
L’idea sottostante la riforma dello scorso anno era di promuovere le assunzioni rendendo più facili i licenziamenti e promuovere un’occupazione di alta qualità incoraggiando l’uso di contratti a tempo indeterminato anziché contratti a termine. Benché vi sia evidenza empirica di un successo su entrambi i fronti, il cambiamento non pare essere radicale. L’analisi di questo mese rivela che i licenziamenti collettivi rappresentano ora il 20 per cento di tutti i ridimensionamenti, in aumento del 16 per cento. La percentuale di occupati a termine si è invece ridotta scendendo dal 25 per cento al 23,1. Madrid sembra riconoscere che l’unica soluzione sia riformare ancora. Questo mese il governo ha tranquillamente approvato diversi “miglioramenti tecnici” alla legge del 2012, la gran parte dei quali diretti a velocizzare un procedimento amministrativo alquanto disordinato, noto in Spagna con l’acronimo “Ere”. Tale procedimento, che le imprese debbono seguire quando intendono licenziare lavoratori per ragioni economiche, richiede una lungo periodo di consultazione durante il quale un consiglio di rappresentanti dei lavoratori e del management negozia il licenziamento. (…) Le modifiche apportate questo mese limitano il numero di membri del consiglio e la durata del periodo di consultazione, rendendo i licenziamenti collettivi meno vulnerabili ai ricorsi giurisdizionali.
Tutto ciò è benvenuto, ma difficilmente può essere definito come una garanzia del fatto che la ripresa sia dietro l’angolo. (…) Persino il Fondo monetario internazionale, che certo non si è distinto per previsioni realistiche durante la crisi dell’Eurozona, mette in guardia dal fatto che la Spagna potrebbe non vedere un tasso di disoccupazione inferiore al 25 percento prima del 2018. (…) La principale sfida spagnola dallo scoppio della bolla immobiliare è di riorientare un’economia che nel 2007 occupava quasi un quinto di tutti i lavoratori del settore edilizio dell’Unione europea, quando la popolazione spagnola era il 9 per cento di quella dell’Ue. Il processo non è né facile, né indolore, ma è stato reso più difficile da un diritto del lavoro che ancora oggi protegge più chi ha già un lavoro anziché aiutare chi lo cerca.
Copyright Wall Street Journal, per gentile concessione di MF/Milano Finanza.
Traduzione di Giovanni Boggero